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Il mistero della casa del tempo, la recensione del film con Jack Black

Eli Roth e il cinema per ragazzi è un’accoppiata decisamente curiosa. Difficile immaginare un regista come lui, cresciuto artisticamente nell’horror, dedicare tempo a un adattamento cinematografico che di base si rivela un’avventura fantasy con protagonista un pre-adolescente, eppure eccoci qui a parlare oggi della sua trasposizione de Il mistero della casa del tempo.
Opera, questa, perlopiù sconosciuta in territorio italiano, ma che in America ha riscosso grande successo già al tempo della sua prima pubblicazione, avvenuta nel 1973. Da lì si è poi sviluppata una poderosa serie letteraria composta da 12 libri interamente curati dall’autore John Bellairs e illustrati da Edward Gorey, che si sono inoltre puntualmente piazzati nei piani alti della classifica dei bestseller del New York Times.
Per atmosfera, toni e sviluppi, ci troviamo comunque con un piede in zona Chris Columbus e con un altro dalle parti di Rick Riordan – senza tirare in ballo sua maestà J.K. Rowling -, quindi la domanda sorge spontanea: quanto c’entra effettivamente Eli Roth con un simile progetto? Niente, purtroppo, ma è chiaro come la Amblin e lo sceneggiatore Eric Kripke (Supernatural in tv) abbiano visto in lui una figura abbordabile ed esperta nell’horror, avendo Il mistero della casa del tempo anche piccole venature di genere, nonostante poi tutto sia corroborato da un linguaggio decisamente fanciullesco, mai volontariamente o fintamente sostenuto.

It’s some kind of magic!

Come ci lascia intuire il titolo originale dell’opera (The House With a Clock in its Walls), il film di Roth racconta di una misteriosa casa magica che ha letteralmente nascosto tra le sue pareti un potentissimo e insolito orologio. La protagonista, però, non è la casa, o meglio non è la protagonista “carnale” del film, visto che i grandi mattatori adulti della storia sono qui Jack Black e Cate Blanchett, rispettivamente nei panni di Jonathan Barnavelt e di Florence Zimmerman. Insieme a loro c’è anche il piccolo Lewis Barnavelt, il cui volto è quello del giovane Owen Vaccaro, qui nella parte più sostanziosa e significativa della sua ancora embrionale carriera da attore.
La storia è ambientata nel 1955, appena dieci anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Ci troviamo nella poco ridente cittadina di New Zebedee, nel Michigan, dove Lewis si trasferisce a casa dello zio Jonathan dopo la morte dei genitori. È un ragazzino strambo, raffinato nel suo essere così introverso, colto e appassionato di tale Capitan Mezzanotte, uno show televisivo dietro cui si nasconde un simpatico cameo dello stesso regista. Prendendo spunto dal suo eroe, Lewis indossa praticamente con costanza degli occhialini da aviatore, forse per nascondere dietro un sottile e fragile strato di coraggio il dolore per la perdita dei propri cari, avvenuto per un tremendo incidente stradale. Accolto così dall’eccentrico e strambo Jonathan, Lewis si ritrova a dover cominciare una nuova vita, senza amici, spaventato e – almeno inizialmente – molto solo.
Mantenendosi strettamente legati alla psicologica caratteriale dei personaggi del romanzo, c’è da dire che sia Bellairs in primis che poi Kripke e Roth hanno brillantemente evitato il clichet dell’orfano adottato dal perfido zio, un po’ abusato da Cenerentola in poi – persino da Harry Potter. Qui lo zio interpretato da Jack Black è invece una figura genitoriale e incidentale particolarmente positiva, al netto della sua intrinseca incapacità nel comportarsi da padre, ruolo che non tenta minimamente di emulare, comportandosi invece più da tutore alle prime armi, goffo ma con il cuore al posto giusto e in buona fede.

Jack Black poi è palesemente divertito e perfetto per il ruolo, che interpreta con delicata grinta e sfruttando dovutamente e senza esagerare la sua incredibile mimica facciale.
Il mistero della casa del tempo non è però semplicemente la storia di un orfanello che si ritrova spaesato in una nuova casa, perché tra le mura della dimora di Jonathan si annida la magia, arte che lo stesso zio pratica sin dall’adolescenza, in quanto stregone.
Anche la Mrs. Zimmerman della Blanchett è una strega – un tempo potentissima -, ma a causa di “una ferita interna mai rimarginatasi” è adesso incapace di sfruttare decentemente la magia, potendo aiutare solo in parte l’amico Jonathan nella sua missione: scovare il pericoloso orologio nascosto nella casa dal mago oscuro Isaac Izard (Kyle MacLachlan).

Tick, Tock!

Il film di Roth è un titolo sufficientemente intrigante soprattutto nella prima mezz’ora, dove la necessaria introduzione del setting ci dà l’idea di trovarci di fronte a uno young fantasy particolarmente d’atmosfera, nebuloso e cupo eppure accogliente, dall’abbraccio cinematografico confortevole. Il Roth di Hostel o Green Inferno è ovviamente lontanissimo, e qui sembra che il regista abbia voluto staccare dagli impegni più maturi per concedersi un piccolo sconfinamento stilistico, un leggere divertissement.
Curiosamente, il cineasta sembra funzionare meglio così che nel suo ultimo Il Giustiziere della Notte, anche se in quel caso c’era da contare il peso specifico dell’opera originale con Charles Bronson. Non che Il mistero della casa del tempo abbia chissà quali vezzi autoriali – anche perché Roth autore non è -, ma nel suo non volersi e non potersi prendere troppo sul serio, il regista confeziona un prodotto interessante soprattutto per un pubblico pre-adolescente, rendendo sostanzialmente il film un parco di divertimenti (a volte lugubri) per Black e la Blanchett.
Dopo la convincente apertura, infatti, il titolo raggiunge una fase di riposo dal quale sembra non riuscire a rialzarsi, tutto per riprendersi improvvisamente nella mezz’ora finale e inanellare una serie di sviluppi alquanto superficiali, almeno in termini di costruzione narrativa – escluso un determinato plot twist. Nelle due fasi, comunque, a spiccare su tutto sono i due interpreti, che insieme regalano dei siparietti onestamente divertenti, attenendosi sempre e comunque a quel linguaggio mai elevato e fanciullesco di cui si parlava nell’introduzione, offendendosi con dei nomignoli simpatici ma sempre in modo amichevole. E nei panni di Jonathan e Florence i due funzionano perfettamente, al netto di piccole esagerazioni interpretative che però sono connaturate nei ruoli.

Il mistero della casa del tempo si dimostra in definitiva una trasposizione intrigante ma non avvincente, non ricchissima nei contenuti ma intelligente nel parlare di tematiche anche abbastanza serie con delicatezza e tatto, intersecandone la sostanza concettuale con le forti e preponderanti parti fantasy, che in ogni caso non convincono pienamente.
Esattamente come per il linguaggio, anche la forma è controllata, relegata nella sua ricercata sufficienza stilistica, che non pretende mai di surclassare la centralità della storia e dei protagonisti, restando in disparte, in secondo piano, un po’ nell’ombra. La magia della visione resta così relegata nella sola natura fantastica del film, che raggiungendo per forza di cose gli occhi dello spettatore non riesce però a trovare la strada che porta al cuore.

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