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cinque film horror alternativi da scoprire

Il gracchiare di un corvo si mescola all’incessante ululare di un branco di lupi. I raggi della luna si tingono di rosso, scarlatto come il sangue versato da vittime inconsapevoli. Colpite nel silenzio, nel sonno della ragione, che genera mostri e li proietta in un mondo che non sa affrontarli. Rintocca la mezzanotte e la realtà si tinge di nero, piomba in un’oscurità ricercata, bramata. Perché questo è Halloween, la notte in cui ognuno si specchia e si ammira nel suo lato più oscuro. Alla ricerca della paura più pura, agghiacciante.
Da sempre il cinema offre una chiave per aprire quella soffitta misteriosa da cui provengono rumori sinistri e ombre multiforme. Un passe-partout che fa entrare in quello spazio in cui lo spavento si fonde con l’intrattenimento. Quel posto in cui vogliamo rintanarci, alla ricerca di cuori accelerati, brividi freddi sulla pelle e una tensione ammaliatrice, che cattura con i suoi tentacoli e stringe, sempre più forte.
Negli ultimi anni il mondo del cinema sembra essersi riconciliato con l’horror, un genere prezioso che sembrava essere relegato ai meandri più periferici della settima arte. Ed ecco giungere in sala pellicole dal timbro quasi autoriale, come Babadook, It Follows, A Quiet Place ed Hereditary. Film che sanno impaurire, ma anche smuovere elogi per una regia e una sceneggiatura dal respiro più ampio.
Oltre alle pellicole più conosciute, la costellazione cinematografica orrorifica contempla però anche stelle minori. Astri comunque luminosi, ma quasi invisibili, a causa di una distribuzione inesistente che li ha lasciati nel buio. La notte di Halloween è perfetta per prendere dall’armadio un telescopio e osservare queste stelle. Basta un divano, uno schermo e il desiderio di provare paura. Tanta paura.

The Witch

La prima stella nascosta di questo luminoso firmamento cinematografico dell’ultimo decennio ci proietta nel diciassettesimo secolo, precisamente nel New England. Un contadino inglese lascia la sua piantagione coloniale e si trasferisce con la moglie e i cinque figli ai margini di una foresta. Un luogo isolato, al confine con l’ignoto. E dove non arriva la conoscenza, prendono vita fenomeni inspiegabili: bambini scomparsi, raccolti andati a male senza un motivo, animali che improvvisamente diventano ostili. L’accusa di stregoneria rivolta alla figlia fa vacillare tutto: la fede, la famiglia e quel contesto domestico e rassicurante si sgretolano. L’esordio di Robert Eggers nel cinema, targato 2015, è un horror sui generis, che si mantiene distante dall’abusato utilizzo di jump scare: qui l’angoscia viene da noi stessi e dalla cupa realtà che siamo in grado di creare, per colpa dei nostri pregiudizi, delle nostre convinzioni e del mistero che ci circonda. Punti interrogativi a cui non si sa dare una risposta e a cui seguono altre domande, altre ombre provenienti da un bosco oscuro.

We Are Still Here

Anne e suo marito Paul vogliono dimenticare drasticamente la perdita dell’unico figlio, vittima di un incidente stradale, e si spostano dalla città in provincia, per tentare di ricominciare da zero. Nella nuova casa il dolore si trasforma in orrore. L’abitazione sembra essere popolata da presenze e l’intervento dei vicini non sembra migliorare le cose. Tutto sarà sconvolto nella casa, immersa in un’ambientazione bianca, innevata, che presto si colorerà del rosso acceso del sangue fresco. Ambientato nel 1979 , We Are Still Here, dell’esordiente Ted Geoghegan, è l’esempio lampante di come una storia apparentemente banale può essere stravolta ed elevata da alcune trovate decisamente originali. Da semplice omaggio al cinema horror degli anni settanta, prende subito il suo percorso. Un tragitto in cui il registro narrativo cambia vorticosamente, terminando la sua corsa in un’enorme pozzanghera di sangue.

Hush – Il terrore del silenzio

Madison Young è una popolare scrittrice di romanzi gialli ed è sordomuta dall’età di tredici anni. Maggie si è costruita una vita perfetta, vincendo la lotta con il suo handicap nel suo cottage in campagna. La calma apparente viene presto interrotta dall’arrivo di uno psicopatico mascherato, che irrompe in casa sua e inizia la caccia. La ragazza è sola, braccata, in balia di un assassino senza un volto e senza alcuno scrupolo. Tutto avvolto nel silenzio, perché non bisogna per forza urlare quando si prova paura.

Mike Flanagan si addentra in una delle autostrade più trafficate della popolosa metropoli horror, quella degli home invasion, regalandoci una sua visione del genere particolarmente brillante. Nei brevi, ma intensi, ottanta minuti della pellicola lo spettatore viene proiettato nella casa di Maggie, provando una forte empatia per la protagonista. Si fa il tifo per lei, cosa rara, e si soffre, si prova una forte tensione, odiando quell’intruso, volendolo respingere fisicamente. E la violenza non si farà mancare, in un ring in cui i ruoli di preda e cacciatore riescono anche a ribaltarsi. Perché anche chi è costretto al silenzio, ha il potere in mano.

Autopsy

The Autopsy of Jane Doe, in Italia semplicemente Autopsy, per evitare spaesamento legato al nome, che nel linguaggio giuridico americano è dato a soggetti femminili dall’identità ignota, è il primo film girato in lingua inglese dal regista norvegese André Øvredal. Com’è facilmente intuibile dal titolo, il film segue da vicino l’autopsia del corpo di una giovane donna trovata morta nello scantinato di una casa, teatro di un misterioso duplice omicidio. Nessuno sa chi sia e perciò viene rinominata per l’appunto Jane Do. L’esperto medico legale Tommy Tilden, assistito dal figlio Austin, è incaricato di eseguire l’autopsia della donna per individuare le cause della morte, totalmente avvolte nel mistero. Il corpo è in condizioni perfette, di una bellezza botticelliana, senza segni di ferite o ecchimosi. Chi e cosa ha ucciso la ragazza? Questo è il mistero che i due protagonisti devono svelare, attraverso l’autopsia. Più procede l’analisi, più il mistero diventa cupo. Ancora una volta un horror atipico, claustrofobico, perfetta dicotomia tra lo splendido corpo della vittima (un rimando al Ritratto di Dorian Gray) e il suo macabro passato che lentamente si svela.
Qui la paura viene dai vuoti, dalle assenze e non da presenze inquietanti. La costruzione di atmosfera e tensione è ineccepibile e lo spettatore viene coinvolto sempre più in questo vortice enigmatico, in cui ci si chiede come e quando cotanta grazia abbia conosciuto l’unica reale antagonista alla bellezza. La morte.

Goksung – La presenza del diavolo

La violenza dipinta in tutta la sua potenza, senza filtri e senza retorica: pochi sono in grado di rappresentare la brutalità come i cineasti coreani. Il promettente Na Hong-jin, già apprezzato in The Chaser e The Yellow Sea, approccia il genere horror e lo mescola sapientemente con il thriller, in un film misterioso, conturbante, ma allo stesso tempo affascinante come la nebbia che avvolge un paesaggio. Nel villaggio di Goksung, in Corea del Sud, si susseguono morti particolarmente violente. Gli abitanti del piccolo paese iniziano a sospettare di un giapponese arrivato da poco. È un demone? È il diavolo in persona? Il poliziotto al centro della storia cercherà di risolvere questo mistero, tra possessioni demoniache, entità maligne ed epidemie funeste. Hong-Jin, seguendo la tradizione cinematografica coreana, crea un mosaico di storie, di intrecci e di generi, con una cura maniacale per i dettagli. Piccoli tasselli che danno vita a una messa in scena plumbea, folle, potente. Come il diavolo.

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