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7 minuti – Rapina fuori controllo, la recensione del thriller di Jay Martin

Sam, Owen e Mike sono tre amici di vecchia data, tutti alle prese con gravosi problemi economici. Il primo, sposato con la bella Kate e prossimo a diventare padre, viene licenziato dal posto di lavoro; il secondo, appena uscito di galera, finisce sotto l’ala protettiva dell’anziano genitore criminale; l’ultimo, con la fama di latin lover, deve mantenere la moglie e il figlio piccolo.
Per risolvere definitivamente l’instabilità finanziaria, decidono di comune accordo di agire come corrieri per Doug, uno psicopatico boss della droga, ma durante un pattugliamento della polizia Owen perde la testa e getta la sostanza stupefacente in un gabinetto pubblico.
In 7 minuti – Rapina fuori controllo, i compari si trovano a dover saldare l’ingente debito con il gangster nell’arco di 48 ore, con la minaccia di essere uccisi a sangue freddo in caso contrario, e optano per compiere una rapina allo zio di Sam, il quale è entrato in possesso illegalmente di una grossa cifra e non potrebbe così denunciarne il furto. Ma la messa in atto del colpo non va come previsto, sia per l’intervento del goffo agente di polizia Jerome che per il rapimento inaspettato di Kate.

Corsa contro il tempo

Negli ultimi anni le produzioni di genere a basso budget hanno spesso tentato di nascondere i limiti produttivi con una rappresentazione stilistica alternata, moltiplicando i punti di vista e i piani temporali, al fine di concentrare l’attenzione dello spettatore sulle sfumature della storia anziché sull’effettivo merito della messa in scena. Scelta utilizzata anche dal regista e sceneggiatore Jay Martin che, dopo aver lavorato agli storyboard di blockbuster di successo come Io sono leggenda (2007), Hunger Games: La ragazza di fuoco (2013) e The Amazing Spider-Man 2 – Il potere di Electro (2014), fa il suo debutto dietro la macchina da presa con un thriller/noir senza troppe pretese. Se l’inizio può ricordare alla lontana le atmosfere di un recente film di ben altra caratura quale Hell or High Water (2016), con i protagonisti costretti dalla necessità a diventare rapinatori improvvisati, ben presto la formula chiave del racconto si instrada su un continuo alternarsi di fasi temporali che, tra flashback più o meno a ritroso, ci accompagnano alla scoperta del trio di personaggi e alle motivazioni dietro la loro scelta criminale.
Peccato che il tratteggio dei suddetti sia fin troppo derivativo per creare figure coinvolgenti, prendendo alla rinfusa ispirazioni caratteriali dai classici del filone, e che il montaggio sgangherato rischi di creare non poca confusione nella mente dello spettatore.

Senza convinzione

A dispetto di un plot semplice nelle sue linee guida, 7 minuti – Rapina fuori controllo accumula scene gratuite o dallo scarso rilievo narrativo al solo fine di aumentare la durata al minimo sindacale (il risultato finale sarà quello di ottanta minuti e rotti) e fa entrare in scena figure non sempre fondamentali, introdotte con tanto di gigantografia del nome sullo schermo, spiegando così eventi chiave della vicenda che altrimenti sarebbero rimasti all’oscuro del pubblico.
Ci troviamo davanti a un film a cui manca quella piacevole semplicità di sceneggiatura, laddove una storia pronta a evolversi secondo una naturale cronologia avrebbe senza dubbio giovato all’insieme; anche gli stessi colpi di scena qui risultano forzati e prevedibili e impediscono quel necessario accumulo di tensione che avrebbe potuto condurre verso una risicata sufficienza.
Il cast certo non fa nulla per migliorare la situazione, a cominciare dai tre interpreti dei personaggi principali che hanno il volto dei televisivi Luke Mitchell (Agents of S.H.I.E.L.D.), Zane Holtz (Dal tramonto all’alba – La serie), Jason Ritter (Parenthood), e la pur carismatica presenza da guest-star di Kris Kristofferson viene castrata dall’anonimia del contorno.

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