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40 anni dell’isola del tesoro: Dezaki, Sugino e un classico della letteratura

L’isola del Tesoro di Robert Louis Stevenson è un romanzo celeberrimo che ha avuto decine di trasposizioni in tutte le forme – teatro, radio, cinema e TV – inclusa l’animazione, sia occidentale che giapponese. Qui parleremo della serie anime del 1978 realizzata dal regista Osamu Dezaki insieme al fidato direttore delle animazione e chara designer Akio Sugino. Si tratta di un inconfondibile duo che ha realizzato alcune tra le più celebri serie degli anni Settanta, basti pensare a titoli come Rocky Joe, Jenny la tennista e Remì. I due si sono incontrati ai tempi della Mushi Productions, sotto la guida di Osamu Tezuka e hanno continuato a lavorare insieme fino a tempi recenti, separati solo dalla prematura scomparsa di Dezaki. Chi volesse saperne di più sul duo ha a disposizione un intero libro, Il Richiamo del Vento  di Mario Rumor, che abbiamo recensito qualche tempo fa qui su AnimeClick.

Tutte le loro opere sono di altissimo livello, anche se devo ammettere di essere diventato un loro ammiratore solo da adulto e non da bambino. Anche L’isola del Tesoro, da me vista nei primi anni Ottanta, non mi aveva lasciato molto. Ormai non ne ricordavo più nulla, tranne che non mi era sembrata un granché. Rivista da adulto, invece, ho apprezzato grandemente l’eccellenza del chara design e della regia, come pure il magistrale ritratto del pirata Long John Silver. Probabilmente questo è il destino di una buona parte delle opere di questi due grandi autori: indirizzate a un pubblico infantile, all’epoca sono state battute in popolarità dai robottoni, salvo poi essere rivalutate da quegli stessi bambini diventati adulti.
 

La trama dell’Isola del Tesoro è la stessa del romanzo: il giovane Jim Hawkins entra in possesso della mappa del famigerato Capitano Flint a salpa verso l’isola del titolo alla ricerca del favoloso tesoro dei pirati. Durante il viaggio si imbatte in mille avventure, incluse tempeste, ammutinamenti, sparatoie, naufragi e colpi di scena vari, specialmente ad opera del cuoco di bordo Silver, figura archetipa del pirata con la gamba di legno e il pappagallo in spalla.

L’isola del Tesoro è a mio avviso una delle opere meno riuscite del duo, penalizzata da certi compromessi volti a soddisfar il pubblico infantile, senza comunque riuscirci. Mi riferisco per esempio alla figura di Bambo, il cucciolo di leopardo compagno di Jim: totalmente inutile ai fini della trama e non presente nel romanzo originale, si trova lì soltanto perché ai tempi si pensava che un ragazzino dovesse sempre avere un animale mascotte. Che Bambo fosse inutile lo dimostra il fatto che io stesso, seppure bambino all’epoca della mia prima visione, non lo ricordassi per niente. Mi riferisco poi a personaggi di scarso spessore come il grasso signor Trelawney, finanziatore della spedizione verso l’isola del Tesoro, oppure alcuni pirati, più macchiette che altro.
 

Il punto più basso della serie si trova poco dopo la metà, quando i pirati si ammazzano l’un l’altro sotto gli occhi di Jim, non si capisce bene perché. Sia ben chiaro, sono scene che si trovano nel romanzo originale – l’anime vi è piuttosto fedele, anche se Dezaki ci mette del suo e per arrivare a ventisei puntate si prende alcune libertà e aggiunge materiale non presente nel romanzo – quindi la mia critica non è tanto alle scene in sé, ma a come sono realizzate. L’errore è stato voler tenere insieme un registro drammatico con uno più leggero, adatto ai piccoli spettatori. La serie non riesce a trovare un giusto equilibrio. Dezaki è chiaramente più a suo agio con serie per adolescenti che per bambini, e a mio avviso avrebbe dovuto puntare sul registro drammatico senza inutili titubanze, ma è anche possibile che non gli sia stato permesso.

L’isola del Tesoro non si può dire del tutto riuscita nella parte centrale, mentre è ottima la parte iniziale, caratterizzata da buoni personaggi come la madre di Jim e il pirata Billy Bones. Nel finale poi, a sorpresa, la serie decolla, sorretta tutta intera dal carisma di Long John Silver, il pirata. È Silver la figura dominante di tutto l’anime, molto di più del giovane protagonista, simpatico ma tutto sommato privo di ogni originalità. Silver al contrario è un personaggio che – come si direbbe in gergo televisivo – buca lo schermo. Silver non crede in nulla, non ha paura né dei vivi né dei morti, è furbo, astuto, all’occorrenza spietato, brillante, pieno di inventiva, dotato di vitalità sovrumana e infinite risorse, ostinato, tenace, impervio alle avversità e in grado di cavarsela in ogni evenienza, anche quando la sfortuna si accanisce su di lui.
 

Nel finale Silver diventa quasi una figura mitica e l’ultima puntata in cui Jim, ormai adulto e divenuto marinaio di prima classe, vaga per il mondo alla sua ricerca, è indimenticabile. Perché Silver è sì un malvagio pirata, ma è anche allegro, chiacchierone, simpatico e sinceramente affezionato a Jim, che salva in più occasioni a rischio della sua stessa vita. Silver è per l’orfano Jim Hawkins un vero e proprio padre putativo, un esempio di perfetta virilità, che ha più a che fare con la leggenda che con il realismo. Il carattere simbolico e metaforico di Silver lo si vede anche nelle sue caratteristiche, in primis l’assenza di una gamba, handicap terribile in una persona normale, ma per Silver quasi una descrizione del suo stato d’essere, uomo fuori dalla normalità, in periglioso equilibrio tra bene e male, tra forza e debolezza. Silver sopperisce alla mancanza della gamba con un pappagallo, Flint, un essere in grado di volare, così come simbolicamente lo è Silver, pronto ad attraversare mare e terra per recuperare il Tesoro, scopo della sua vita, eppure alla fine meno importante per lui di quanto non lo sia Jim.

Un personaggio incredibile come Silver non poteva scomparire del tutto alla fine della serie e infatti ritornerà in opere successive del regista. Il primo ritorno è nel 1992, nello speciale Un uomo chiamato Bonaccia, ambientato vent’anni dopo la fine della serie, con un Jim diventato ormai adulto. In secondo ritorno è nel 1997, sotto mentite spoglie, nel ruolo del Capitano Achab in Hakugei Densetsu. Si tratta di una versione spaziale di Moby Dick, che ha poco a che fare con l’Isola del Tesoro, se non per la presenza di un protagonista carismatico che è praticamente identico a Silver. Infine, passando al 2008, nella serie fantascientifica Ultraviole Code 044, troviamo ancora un personaggio che deve molto a Silver, il capo dei minatori Sakuza.

Alla luce del fascino di Silver, dell’eccezionale chara design e del valore delle ultime puntate, mi parrebbe un delitto assegnare un voto inferiore all’otto. Ecco come sono le opere minori di Dezaki e Sugino.
 

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