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10 anni di Michiko e Hatchin: Intervista alla regista Sayo Yamamoto

10 anni fa andava in onda Michiko e Hatchin, serie di debutto per la regista Sayo Yamamoto, nota anche per Lupin III – La donna chiamata Fujiko Mine e Yuri!!! on Ice.
Per celebrare l’anniversario vi riportiamo la seguente intervista, comparsa nell’11° numero della rivista Animation Note, pubblicato nel settembre 2008, prima dell’inizio della trasmissione televisiva di Michiko e Hatchin nell’ottobre dello stesso anno. La traduzione inglese è a cura dell’utente Twitter @karice67

Ricordiamo che l’anime è disponibile in italiano per Dynit, che l’ha anche pubblicato in DVD, e fu trasmesso durante l’MTV Anime Night.
 

Ho saputo che, per trasportare su schermo l’atmosfera del Sud America, hai compiuto una serrata ricerca delle location.
Malgrado non ci fosse molto tempo, credo di essere riuscita a coprire un’area molto vasta. Ho anche avuto occasione di visitare una favela, e altre aree pericolose in cui i turisti giapponesi di solito non si avventurano.

Il film City of God era ambientato in una favela di Rio, giusto? Sono stupito che tu sia andata in un posto così pericoloso.
Se avessi visto quel film in anticipo, probabilmente ci avrei ripensato. Forse avrei detto “Mi spiace ma non sono in vena di andare…(ride)”

Com’è la “città di Dio”?
Pensavo fosse abitata soltanto da bande e da persone estremamente povere, ma ci vivono anche molte persone comuni, che lavorano. Hanno anche banche e uffici postali, e molta gente dispone di un computer in casa.

Ti sei imbattuta in qualche situazione rischiosa mentre eri lì?
Ho fatto un giro turistico organizzato dalla gente sessa del posto. Era stato limitato a determinate zone, perciò non sono incorsa in particolari pericoli. Tuttavia ricordo che l’auto di pattuglia parcheggiata vicino all’ingresso della zona avesse dei fori di proiettile perfettamente formati nel parabrezza (ride).

Questa cosa deve averti fatto pensare (ride). Restando in tema, in quali episodi si percepisce di più questa tua esperienza?
Nel terzo e quarto episodio. Non penso che quelle storie sarebbero nate se non avessi effettivamente visitato una favela.
 

Capisco. Come mai hai pensato di incentrare una serie sul Sud America?
L’impulso dietro quella scelta in realtà è partito da un mio viaggio in Messico, quattro anni fa. Sono rimasta a Città del Messico per un po ‘, ed è stata un’esperienza piuttosto inquietante, ovunque andassi. Vedevo uomini di mezza età, drogati di cocaina, sparpagliati sui gradini della metropolitana, o gruppi simili a bande di motociclisti giapponesi per le strade (ride). Ho pensato che mi sarebbe piaciuto vedere questo tipo di scenario, estraneo ai giapponesi, fare da sfondo ad una storia. È così che mi è venuta l’idea per Michiko e Hatchin.

C’è una ragione per cui hai scelto proprio il Brasile?
Questa è solo la mia personale opinione, ma rispetto al Messico e all’Argentina, lo trovo un posto abbastanza vivace e moderno. Negli edifici pubblici si può notare l’influenza dell’architetto Oscar Niemeyer, perciò trasudano un certa eleganza. Era tutto così diverso da quanto avessi visto fino ad allora. L’intera città sembra “fluire”, è davvero interessante.

Tutte quelle immagini e quei suoni che hai vissuto direttamente, sono anch’esse filtrate attraverso l’anime?
Si può dire di sì. Dai frammenti di graffiti sui muri, al design dei cassonetti della spazzatura, ho fatto del mio meglio per riprodurre su schermo ogni cosa. Dopotutto credo che, solo mettendo l’uno sull’altro tutti questi piccoli dettagli, si possa ricreare con successo lo scenario che si ha in mente.

Per quanto riguarda il tuo stile registico, sembra quasi che i tuoi episodi racchiudano così tanta sostanza da non riuscire a contenerla tutta, a causa del minutaggio limitato di una tipica puntata di anime. Ciò può risultare forse un po’ sgradito, a livello di ritmo?
Trovi sia sgradevole, il mio stile di regia?

No, intendo in senso buono. Come se, pur sapendo che il pubblico è abituato a gradire un certo tipo di ritmo narrativo, tu optassi per uno volutamente più sbilanciato. Mi incuriosisce sapere da dove ha origine questo approccio. Io, personalmente, ho avvertito l’influenza di gente come David Lynch o David Cronenberg.
Mi viene detto spesso che alla gente ricorda Lynch. Ma a dire il vero, non ho ancora avuto occasione di visionare come si deve uno dei suoi film.
 

Non guardi spesso film?
No, no, li guardo.

Ne hai uno preferito?
È una domanda difficile. Ma ce n’è uno che mi ha spinto a voler lavorare negli anime, A Brighter Summer Day di Edward Yang.

Quindi le tue radici si trovano in Edward Yang? È piuttosto inaspettato.
Non c’è minima traccia del suo stile nel mio lavoro, è così? (Ride) Tuttavia quando guardai quel film, sentii semplicemente di voler far parte di questo mondo. Ancora oggi quella sensazione resta una delle forze trainanti dietro la mia voglia di creare anime.

Passando alla prossima domanda: è solo una mia idea azzardata, ma quando eri più giovane, per caso odiavi personaggi tipo Shizuka-chan (Doraemon)?
A dire il vero è così. Non riuscivo a capire cosa ci fosse di così buono in Shizuka-chan o Minami-chan (Touch) (ride).

Cosa non ti piaceva di loro?
Il fatto che fossero sempre lì presenti per i ragazzi. Già da bambina mi dicevo “Ragazze del genere non possono esistere!”. Mi sembravano prive di individualità, anche per questo non mi piacevano. O almeno è così che la pensavo da piccola.

Quindi ora la pensi diversamente?
Certo. Se avessi come vicina di casa una ragazza come Minami-chan, che ogni singolo giorno ti dicesse “Fai del tuo meglio! Tifo per te!” ti sentiresti in grado di fare qualsiasi cosa, no?
 

Non sarebbe male in effetti (ride). Tuttavia avverto un pizzico di insofferenza verso personaggi del genere. Si riflette anche nella serie?
Abbastanza, nell’indole dei personaggi e nelle azioni che intraprendono.

In che modo?
Ad esempio troviamo dei personaggi femminili forti e determinati, di cui gli uomini sono preda. Dei personaggi che suppongo scoraggerebbero qualsiasi ragazzo dal guardare la serie… I miei gusti stanno venendo fuori tutti, vero? (ride). Anche in termini di design, basti guardare il petto di Michiko, il modo in cui sembra non indossi il reggiseno. Ma non come si vede tipicamente negli anime, cioè quei seni idealizzati, che somigliano più a dei sederi; i suoi cadono in modo abbastanza naturale.

Capisco. Ma meglio non rimarcare che è “senza reggiseno”, o i produttori potrebbero guardarti male.
Sì, sarebbe un po’ spiacevole (ride).

Per finire, hai qualche consiglio per i lettori che mirano a lavorare nel settore?
Qualsiasi consiglio? Beh… viaggiate, innamoratevi, anche a costo della vita. Provate tante esperienze differenti. Dopotutto, quelli dei libri e dei film sono tutti mondi filtrati dagli occhi di altre persone, perciò penso che sperimentare, provare le cose sulla propria pelle, sia estremamente importante per chiunque voglia diventare un autore. Ed è anche necessario chiedersi cos’è che si vuole esprimere tramite l’animazione.

Nel tuo caso, creare anime cosa ti dà modo di rappresentare?
In questo momento, le donne. Alle prese con le proprie idiozie, viste nei reciproci, indefiniti rapporti con le altre donne, che siano diversi dall’amicizia o dall’amore romantico. Voglio realizzare anime con l’intento di raffigurare certe sfaccettature femminili che ben conosco. Credo che anche i punti salienti di Michiko e Hatchin si focalizzeranno su questo.


Fonte consultata: Wave Motion Cannon – Rawness of Women: An Interview with Sayo Yamamoto

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